AMBIENTE
Squali di casa nostra
Puntata n°zero del 28 maggio 2015. In onda su TeleRadioPiù nel corso di Roma Ore 10 di F. Vergovich

Si fa presto a dire squalo... Gli squali non sono pesci come tutti gli altri. Sono qualcosa di più. Sono l’anello culminante della catena alimentare marina che mantiene gli oceani in buona salute. Senza di loro gli squilibri che ne deriverebbero sarebbero infiniti e di una gravità tale che potrebbero rappresentare l’inizio della fine della vita del mare.

Specie di squali: esistono circa 400 specie di squali. Fino a pochi anni fa se ne contavano poco più di 350, segno che il mare custodisce ancora mille misteri. Di queste, le più conosciute, quelle che sono balzate agli onori delle cronache di tutto il mondo anche grazie a tutta una serie di film che li hanno rappresentati come mostri, solo una decina possono rappresentare un vero pericolo per l’uomo. Squali come il Mako, la Verdesca, lo Zambezi, l’oceanico Albimarginatus, il Tigre e il Grande Squalo Bianco, sono alcuni dei più noti responsabili dei rari attacchi ai danni dell’uomo nelle acque di quasi tutto il Pianeta.

Quanto sono vecchi gli squali? Gli studiosi sono ormai d’accordo nello stimare in 400 milioni di anni il loro arrivo nei mari. Più vecchi dei dinosauri, ad essi sono sopravvissuti. Protagonisti di una evoluzione durata milioni di anni che li ha trasformati nella struttura che conosciamo. Le prime osservazioni critiche sulla biologia degli squali nel mondo occidentale, risalgono al filosofo greco Aristotele (384-322 a C.) quando questi, con grande spirito di osservazione, durante un lungo soggiorno a Lesbo, ebbe modo di effettuare importanti osservazioni sull’anatomia e sul comportamento di questi predatori, conoscere marinai e pescatori. Ed è proprio in uno dei suoi trattati di biologia che scrisse della differenza delle branchie tra gli squali e gli altri peci ossei così come delle differenze tra i sessi di alcune specie osservate quando descrisse “la presenza di due appendici che discendono verso il basso in prossimità dell’apertura del residuum e che la femmina non possiede. E questa distinzione tra i sessi, concludeva in uno dei suoi scritti, è osservabile in tutte le specie di squali e pescecani. ”Facendo un balzo temporale di oltre due millenni, si arriva agli anni ’30 quando, la prestigiosa Enciclopedia Italiana, poi Treccani, alla voce Pescecane, recitava così: pesce comune nel Mediterraneo, soprattutto in Adriatico.. Ed era proprio con quel nome, tipicamente italiano, che la maggior parte di noi ha sentito parlare dello squalo bianco la prima volta quando, da piccoli, si leggevano libri d’avventure e favole meravigliose come il capolavoro di Collodi, Le avventure di Pinocchio. Sì, perché anche lì era descritto un enorme squalo bianco (pescecane) che avrebbe inghiottito Geppetto e il burattino di legno che si sarebbero trovati in un mare di guai se non fosse stato per il signor Tonno (uno dei piatti preferiti dallo squalo bianco ancora oggi) che li avrebbe aiutati nella rocambolesca fuga.

E allora, siamo arrivati a noi, al nostro Mediterraneo, al Mare Nostrum. Tanto amato quanto bistrattato, depredato, saccheggiato, sporcato e, tuttavia, ancora splendido e pieno di vita, squali compresi.

Squali del Mediterraneo: Contrariamente a quanto comunemente si crede, sono numerose le specie di squali presenti da sempre nei mari di casa nostra. Dal Palombo, ingrediente primario della zuppa di pesce marchigiana, alle verdesche o squali azzurri, che spesso finiscono in trance alla brace come tonni, fino al velocissimo Mako, anch’esso apprezzato per le sue carni. Io stesso sono stato protagonista di un acquisto particolare quando, diversi anni fa, mi trovai di fronte uno splendido esemplare di verdesca di 1 metro e mezzo di lunghezza, esposto in bella vista nel banco del pesce fresco dell’Ipercoop di Senigallia. Il povero animale, con ancora impresso sulla pelle coriacea il tipico azzurro dal quale prende il nome, seppure eviscerato, era ancora intero, pinne comprese. Singolare il nome affibbiatogli dai venditori che, sul cartellino che ne indicava il prezzo di vendita al kilo, lo avevano rinominato Volpe di Mare. Usanza tipica quando si tratta di vendere squali destinati alla padella. In ogni caso, per evitare al predatore dei mari, una fine ancora più ingloriosa di quella già sopportata, lo comprai e al vecchio imbalsamatore venne un mezzo colpo.

Fin qui abbiamo parlato di squali del nostro mare dal triste punto di vista culinario. C’è, però, dell’altro. Oltre ai già citati, infatti, tra le specie presenti in Mediterraneo, sottolineo da sempre, c’è il gigante dei mari, lo squalo elefante o cetorino, secondo in lunghezza solo all’immenso squalo balena, può superare i 10 metri di lunghezza e le svariate tonnellate di peso. E poi c’è lui, lo squalo per antonomasia, la superstar di Hollywood, il mangiatore di uomini (termine assolutamente inappropriato nato da certa letteratura della metà del Novecento) il Grande Squalo Bianco. Sì, quello dei film. Quello che non aspetta altro che qualcuno metta piede in acqua per farne un solo boccone. Probabilmente l’animale meno conosciuto e più incompreso sulla faccia della Terra, il grande bianco si aggira ancora nel Mediterraneo cercando di sfuggire a pescatori tunisini, turchi, italiani e a tutti gli altri che ne stanno determinando la scomparsa.

Dove, quando, miti e leggende dei giorni nostri: Gli squali, lo abbiamo detto, popolano da sempre i nostri mari. Dalle fredde acque del mare aperto, preferite da Mako e Verdesche, fino alle coste vicine alle spiagge più note, pattugliate soprattutto in passato, dallo squalo bianco. Ogni volta che arriva l’estate, come in questi giorni di sole domenicale, le spiagge tornano a riaffollarsi e, di conseguenza, visto che milioni di occhi sono meglio di due, avvistamenti, veri o presunti, di pinne e ombre scure in acqua significano all’istante titoloni sui giornali, scandalistici e non, corredati da foto impressionanti di belve con i denti in bella mostra e commentati dall’esperto di turno. Sembra di essere, in certi casi, sul set di un film all’amatriciana con tanto di programmazione prevista che va da giugno a settembre, comunque, fino alla prima campanella del bidello che chiama gli scolari per il tanto atteso (!) nuovo giorno di scuola.

E’ vero, altresì, che di avvistamenti veri e provati di squali anche pericolosi, ce ne sono stati, ora come e soprattutto in passato. Sono delle ultime settimane le vicende registrate in Liguria che hanno visto dei pescatori tirare in banchina grossi squali volpe. Il caso delle piccole verdesche di Ostia di qualche anno fa. Squali elefante scambiati per pescecani e squali bianchi che erano pescecani.

Di questi ultimi soprattutto, anche grazie alla fama che li precede, sono piene le cronache, anche drammatiche, degli ultimi 50/60 anni. Si va dal noto fotografo e sub Maurizio Sarra che fu attaccato da un grande squalo bianco nel ’62 nella zona del Circeo e che, portato a riva, morì dissanguato per le ferite riportate, fino all’episodio non del tutto chiaro di Piombino di venti anni dopo quando un altro sub venne ucciso. Anche in quel caso venne incolpato uno squalo bianco. Il corpo del subacqueo non venne mai ritrovato. C’è poi la sfilza di grandi squali bianchi tirati su nelle tonnare come quelle di Favignana e Formica fino alla metà degli anni 80 e degli avvistamenti anche in acque considerate quasi fossero piscine come quelle dell’Adriatico con gli avvistamenti di Senigallia e della Croazia. Insomma, anche da questo punto di vista ce n’è per tutti i gusti. Una considerazione, però, va fatta.

La convivenza tra uomo e squalo è possibile? C’è un luogo molto speciale dove vado abbastanza spesso per trovare i miei amici, uno umano e l’altro con pinne e denti. La cittadina si chiama Mossel Bay ed è sul versante orientale sudafricano nell’Oceano Indiano. Adagiata sul mare, d’estate è meta di turisti e di una miriade di bagnanti e appassionati del surf. Il mio amico umano è il dott. Enrico Gennari. Vive lì da quasi vent’anni ed è il Direttore Scientifico e della Ricerca di Oceans, un prestigioso Istituto che studia animali marini e terrestri. Ha a che fare con gli squali da un sacco di tempo e continua a studiarli nel loro ambiente naturale, l’oceano. Gli altri amici sono una quantità di squali bianchi che vanno dai 2 ai 5 metri di lunghezza e che pattugliano quelle acque, infestate da umani, da sempre. Mi è capitato diverse volte di avere a che fare con gli squali bianchi che saltano intorno alla barca per cercare di strappare un boccone di tonno gratis. Tutto, a non più di 400/500 metri dalla riva e da quelle acque punteggiate di ragazzi con il materassino e le tavole da surf. E ogni volta non accadeva nulla che non fosse la normalità. Nessun incidente o altro che potessero far pensare che l’uomo sia sul menù del grande squalo bianco. “Gli incidenti, mi conferma Gennari, sono rarissimi. Qui, come hai modo di vedere, abbiamo a che fare con 40/50 squali bianchi che pattugliano le nostre acque ogni santo giorno. Eppure, come ti dicevo, gli incidenti registrati negli ultimi anni si contano sulle dita di una mano”.

E allora, la convivenza tra uomini e squali, parafrasando il titolo di un vecchio film del compianto Bruno Vailati, può e deve essere possibile. Dobbiamo capire che lo squalo non è il mostro di celluloide che abbiamo imparato a conoscere nelle sale dei cinema d’estate di quarant’anni fa. E’ molto, molto di più. Solo con la convivenza tra due delle creature più mirabolanti che la Natura ha tirato fuori dal cilindro tanto tempo fa, uomo e squalo, sarà possibile continuare a sperare in un oceano vivo che è vita. Quella stessa vita che, non dimentichiamolo, è anche la nostra.


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