AMBIENTE
Disastro ambientale alle Canarie. Si lotta contro il tempo
di Remo Sabatini
L’incendio a bordo del peschereccio russo Oleg Naydenov, sviluppatosi 20 km a sud di Maspalomas, nelle Canarie

L’incendio a bordo del peschereccio russo Oleg Naydenov era stato così grave da far affondare il natante nel giro di poche ore. Quello che si era temuto fin dai primi momenti aveva cominciato a verificarsi sotto gli occhi di sopravvissuti e soccorritori quando una marea nera aveva cominciato a colorare le splendide acque di quello che è considerato il santuario dei cetacei delle isole Canarie.

La tragica notizia aveva fatto il giro del mondo in pochi istanti e il grido d’allarme lanciato dal giornale “Canarias 7” che, senza mezze misure, aveva subito parlato di disastro ambientale avrebbe cominciato ad avere tristi conferme dalle prime scoperte di animali intossicati dal combustibile rilasciato del peschereccio affondato.

Siamo 20 km a sud di Maspalomas e le stive della grande nave da pesca erano piene di oltre 1.400 tonnellate di nafta. Tutto quel carburante aveva cominciato a defluire solidificandosi e formando una marea nera dalle proporzioni impensabili. Gli osservatori pervenuti sul posto a bordo di aerei per coordinare le operazioni di soccorso ambientale parlano di una marea nera che ha raggiunto un’estensione di oltre 40 km.

In queste ore, a causa delle correnti marine, si teme anche per Tenerife. La marea nera, infatti, potrebbe giungere a lambire quelle acque e, se così fosse, è facile intuire l’enorme impatto che si verificherebbe anche dal punto di vista di una economia che vive pressoché di turismo.

Nel frattempo si continua a lottare contro il tempo per arginare il fenomeno per ciò che è possibile così da ridurre l’impatto che il carburante avrà sulla vita di quel tratto di oceano popolato da balene, delfini, tartarughe marine e da tutta una serie di pesci e uccelli che si nutrono in quello che è considerato un vero e proprio paradiso naturale.

Il peschereccio russo protagonista del tragico episodio, non è un nome sconosciuto per chi si occupa di ambiente, pesca ed economia del mare. Il Senegal, infatti, aveva denunciato la nave per la condotta illegale legata alla pesca a strascico. Fa discutere, poi, il fatto che il peschereccio avesse preso fuoco nel porto dell’isola con i pompieri intervenuti che non erano riusciti a spegnere l’incendio. Da qui la decisione di portare l’imbarcazione fuori, al largo, dove si sarebbe, poi, consumata la tragedia.

Sul luogo dell’incidente è stato inviato un robot sottomarino cui spetta il compito di esaminare la chiglia del Naydenov, a quasi 2500 metri di profondità.

Il biologo marino Alvaro de Astica Hernandez e la ambientalista Christina Bari sono molto legati a quelle località che cercano di preservare attraverso lo studio e l’avvistamento delle specie animali che le popolano. Proprio in questi giorni, i due, erano stati protagonisti di diversi avvistamenti che avevano riguardato delfini e tartarughe. “Erano stati momenti emozionanti e meravigliosi, ricorda Christina che ha scattato le immagini della tartaruga e del branco di delfini. Ogni volta che si esce in mare è una nuova avventura. La competenza e la grande passione per gli animali di Alvaro sono contagiosi tanto che sia io che lui con la sua equipe, dedichiamo molto tempo alle uscite in mare”.

La tragedia del peschereccio apre ferite gravissime che potrebbero compromettere la vita in quelle acque. “Si, risponde Christina, è stato un colpo ricevere questa notizia. Tutto il nostro mondo si sta muovendo per cercare di aiutare a risolvere il disastro anche se al momento è ancora presto per sbilanciarci. E’ un episodio gravissimo che sta già facendo delle vittime tra la fauna di questo tratto di mare. Possiamo solo sperare di avere un po’ di fortuna con le correnti e che i soccorsi attrezzati per questo genere di interventi siano così efficaci da farci scongiurare il peggio”.

La lotta contro il tempo prosegue. Quel meraviglioso pezzo di Atlantico sta combattendo la sua battaglia contro un nemico difficile da sconfiggere. La comunità internazionale ha le proprie colpe. Ora tocca anche a loro. E’ tempo di agire.


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