CULTURA
I geni di Roma: l'età dell'angoscia
Dal 27 gennaio al 4 ottobre 2015 la mostra ai Musei Capitolini

Siamo nel 180 a.C., Marco Aurelio della dinastia degli Antonini è già al trono di Roma, affiancato dal fratello Lucio Vero, con il titolo di Imperatore.

Durante il suo governo, durato circa 19 anni, tanti furono i cambiamenti che la città di Roma dovette affrontare. Mutamenti positivi dovuti alla grande intelligenza e preparazione del suo imperatore che seppe superare i limiti del mero potere e si rese conto che l’Urbe necessitava di stravolgimenti, economici, amministrativi, politici e giuridici. Tante furono le iniziative intraprese tutte volte al miglioramento della vita cittadina e soprattutto degli abitanti sia che fossero gente nobile sia che fossero schiavi.

Insomma un’età dell’oro già iniziata dai predecessori che giungeva alla sua massima espressione. Ma come in tutte le evoluzioni umane, ad un periodo di benessere ne seguì uno di declino e decadenza.

Da questo momento e per i prossimi 150 anni che seguirono il trono dell’Impero romano vide un susseguirsi di politici, militari e personaggi ambiziosi che aspiravano al potere. Furono circa 35 le persone che cerarono di amministrare una città oramai in mano al solo potere militare senza ovviamente ottenere alcun risultato concreto. Alcuni di essi regnarono solo un anno altri un solo mese. Una lenta regressione che avrà termine solo nel 284 a. C. anno in cui venne nominato imperatore Diocleziano.

La forza di Diocleziano fu la consapevolezza dell’impossibilità di governare un territorio talmente vasto come quello dell’impero romano. Una sola persona non avrebbe potuto vigilare ovunque la mancanza di controllo avrebbe di fatto perpetrato il potere militare fino a quel momento incondizionato. Quindi la prima azione fu quella di suddividere in quattro l’impero ponendo a capo di ogni sezione un augusto con pari poteri, diritti e doveri.

Tutto ciò è giunto fino ai nostri giorni grazie al capillare lavoro degli storici che documentavano ogni cambiamento sociale ma soprattutto tramite l’arte e il lavoro degli artisti dell’epoca che hanno tentato di dare un volto alle emozioni e alle preoccupazioni vissute.

Il risultato è una carrellata di opere scultoree che si caricano appunto di angoscia, da qui il titolo della mostra, e di tono patetico.

Gli imperatori ritratti hanno tutti la stessa espressione. Sguardo sgranato oltre la naturale postura, le labbra serrate e la testa inclinata. Il volto mostra la preoccupazione del sapere che, nonostante la posizione ricoperta, la loro sorte è già stata scritta.

Nel privato affiorano molte rappresentazioni in cui il soggetto viene rappresentato in compagnia dei defunti spesso idealizzati come dei o divinità per cui assimilano le stesse virtù e qualità come ad esorcizzare il periodo di decadenza vissuto.

Insomma un viaggio in un’epoca lontana che probabilmente sopportava le stesse preoccupazioni e problematiche moderne e che l’arte ha saputo interpretare e far giungere fino ai giorni nostri.


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