INTERVISTE
Gli invincibili di Marco Franzoso non chiamateli eroi
Intervista a Marco Franzoso, autore de 'Gli Invincibili'. Si parla anche di paternità, "uno dei temi dei nostri tempi"

Gli Invincibili: ovvero un racconto che rivendica la necessità d’esser letto. Una necessità a cui Marco Franzoso, per Einaudi, presta sapientemente la propria penna. Così, dopo Il bambino color indaco, lo scrittore veneto torna a parlare di paternità. La figura del padre e il suo rapporto con il figlio, in una società a stampo patriarcale, funge da parametro d’indagine dei nuovi meccanismi relazionali che caratterizzano il terzo millennio. Meccanismi, in primis, familiari. Che sempre più spesso si svolgono attorno alla figura di un genitore soltanto. In questo caso di quello maschile che, lungi dall’esser eroicizzato, viene semplicemente chiamato al proprio compito: accudire suo figlio non ostante tutto.


D- Un giovane business man e un neonato ancora da svezzare, improvvisamente, si ritrovano soli: possiamo definire questo libro un elogio all’eroismo della porta accanto?
R- Direi di no. Anzi. Spesso il mio protagonista viene interpretato così. Io credo che piuttosto lui faccia semplicemente il suo dovere e che non ci sia nulla di eroico in quella che dovrebbe essere la normalità nella vita di un padre e/o di una madre: accudire il proprio figlio con tutte le proprie forze.


D- Come può un padre riuscire a sopperire alla mancanza di “collegamento naturale” tra lui e suo figlio?
R- Allo stesso modo in cui può una madre. L’ho scritto anche nel romanzo, nelle considerazioni del protagonista. Io credo che non esista alcun legame “naturale”, alcuna empatia “preculturale” con un figlio. Noi non nasciamo padri o madri, lo diventiamo, e ognuno a modo suo. Creiamo il rapporto con il nostro figlio nel tempo, costruiamo giorno dopo giorno una relazione che ci cambia, una relazione speciale ovviamente, unica, la più intensa e forte della vita, forse, ma non è una relazione che ci preesiste.


D- Secondo uno studio recentemente condotto dalla psicologa forense Sara Pezzuolo, è emerso che “anche un soggetto di genere femminile è in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche che trasformano il soggetto di genere maschile in vittima”. Nel suo romanzo ci sono delle vittime?
R- Per genere maschile si intende il consorte/padre? In ogni caso, sì. La gamma delle relazioni e delle eventuali violenze non conosce genere. Ci sono le violenze fisiche, quelle psicologiche, quelle morali, quelle religiose. Nessuno è immune a priori. La differenza fondamentale è che molto spesso la maggior forza fisica della persona di genere maschile può scaricarsi più facilmente sull’altro. Per il resto, non so. Non ho mai pensato se esistono vittime o meno nel mio romanzo. Forse potremmo dire che all’inizio della storia siano tutti un po’ vittime. Vittime di sé stessi, innanzitutto. Credo che comunque la nascita del figlio e l’abbandono da parte della madre crei una sorta di consapevolezza in ciascuno (anche nella madre) e che nel percorso del romanzo viene affrontata e vissuta. La nascita del bambino ha come effetto la messa in discussione da parte di ciascuno dei propri valori e la ridefinizione di nuovi. Questo romanzo è un percorso.


D- Dopo Il bambino indaco, ritorna a parlare di paternità come mai?
R- La paternità è uno dei temi dei nostri tempi. Dalla cultura che si definisce “alta” a quella più “popolare”, questo è un tema centrale per esprimere la contemporaneità. Per fare qualche esempio, le più importanti serie televisive americane (Homeland, Breaking bad, Dexter, e lo stesso Lost) hanno al centro il rapporto dei protagonisti con la figura paterna. D’altra parte alcuni dei romanzi più belli di Corman McCarthy, penso a La strada, pongono al centro la figura del padre e sono il racconto della costruzione della figura paterna. Io ho cercato di raccontare un padre nuovo, se si può un padre che a fianco dei valori che ci sono tramandati dalla tradizione della paternità (disciplina, rigore, legge), sa vivere senza contraddizione valori tradizionalmente più femminili come la tenerezza, la delicatezza, l’accoglienza. Molti dei padri che conosco hanno saputo fare questo percorso. Molti più di quanto pensiamo. Mi piace raccontare le loro storie.


D- Paternità ma anche famiglia, così detta mongenitoriale. Come mai ha scelto di parlare proprio di questo aspetto?
R- Mi interessava porre al centro una figura che grazie a un dramma sa ridefinirsi e ricostruirsi. Sa guardare dentro se stesso per cercare di comprendere chi è davvero e cosa davvero conta per lui. Scopre di essere molto diverso da ciò che credeva.


D- Secondo i dati Istat le famiglie monogenitoriali in Italia sono circa 6 milioni 866 mila. Lei che ha trattato e quindi approfondito questo fenomeno, come interpreta la sua continua ascesa? 
R- Non sono un sociologo. Forse più che di continua ascesa delle famiglie monoparentali si dovrebbe considerare la diminuzione delle famiglie tradizionali. È che il mondo è cambiato e, cambiando il mondo, mutano le sue strutture e le relazioni sentimentali e affettive.


D- Il suo libro si conclude con un colpo di scena. Quando e come si decide di mettere il punto ad un racconto?
R- Per quanto riguarda me, mi sembra di non essere tanto io a scrivere una storia, quanto la storia che desidera essere scritta da me. Io scrivo le storie che mi ossessionano, che non mi danno tregua. Amo i personaggi che si costruiscono nel tempo, che desiderano essere raccontati. Credo che lo scrittore innanzitutto debba avere la caratteristica dell’ascolto. Ascoltare e cercare di comprendere cosa è davvero importante raccontare, quale storia ti chiede con insistenza di essere scritta. Perché ti bracca, ti rincorre per farti capire la sua intima necessità. Io cerco di raccontare storie che, oltre a questa necessità di scrittura, rivendichino poi la necessità di essere lette.


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