INTERVISTE
Roma Fa Schifo, i motivi della chiusura della pagina Facebook
Intervista ad uno degli admin della piattaforma online Roma Fa Schifo

"Non è chiudendo una pagina Facebook che si arrestano i cambiamenti". Le parole sono di Massimiliano Tonelli, uno degli admin del blog Roma Fa Schifo, che abbiamo raggiunto telefonicamente dopo aver appreso la notizia che ha fatto arrabbiare, e non poco, gli internauti romani - parliamo dei fan della pagina Facebook Roma Fa Schifo, chiusa su segnalazione di molti utenti del sociale network. Con Tonelli, a nome di tutti la piattaforma nata come strumento e veicolo di denuncia, abbiamo parlato di degrado, racket, mafia, decoro urbano.

Perché una pagina come Roma Fa Schifo viene segnalata fino a chiudere?
“Perché è una pagina che dà estremamente fastidio, che ogni giorno offre una visione della città totalmente differente rispetto alla vulgata pubblicamente e comunemente accettata dai cittadini medi, quella per cui se non paghi il biglietto dell’autobus sei un furbo, o se paghi il parcheggio il minor tempo possibile sei ancora più furbo, per fare due esempi. È comprensibile l’odio verso questa pagina, perché noi abbiamo lo stesso 'odio' nei loro confronti. Sappiamo che ci sono dei gruppi di persone che hanno preso come un lavoro quello di far chiudere questa pagina, organizzando campagne di segnalazioni. E Facebook, con i suoi automatismi, senza entrare nel merito, dopo un certo numero di segnalazioni agisce di conseguenza. Diamo fastidio perché siamo gli unici a leggere determinati problemi in un certo modo, ma Roma Fa Schifo nasce proprio per questo, e anche tutti i tentativi contro di noi tornano indietro come dei boomerang. Infatti, ieri sera, abbiamo creato una pagina provvisoria che ha già superato i 3mila like. Non è facendo chiudere la pagina che si arresta il cambio di mentalità che sta coinvolgendo sempre più persone”.

Chi sono questi gruppi di persone che ce l'hanno con voi? E quali atteggiamenti incivili criticate?
“Ci sono vari gruppi principali di opposizione, a partire dalle tifoserie. In questo caso parliamo dei tifosi della Lazio, ma noi siamo critici verso tutte le tifoserie, mettiamo in luce gli elementi di prevaricazione che sono appannaggio di questi gruppi, e per questo riceviamo montagne di commenti negativi e una serie incredibile di minacce e intimidazioni in privato. Questa volta, sotto attacco, lo striscione che credevamo essere apparso di recente, ma poi abbiamo scoperto essere di un anno fa, su cui c’era scritto: ‘Marino frocio’. Noi, che spesso attacchiamo il sindaco, in quella circostanza abbiamo voluto difenderlo da attacchi omofobi, in un momento in cui, anche contro le indicazioni del prefetto, stava combattendo per i diritti civili. Non avevamo nemmeno scritto di quale tifoseria si trattasse, avevamo solo criticato il gesto”.

Altri gruppi che non accettano la denuncia di Roma Fa Schifo?
“Ci sono i vandali che vandali che scrivono sui muri, una realtà tipicamente romana. Spesso vengono raccontati come un problema minore, come un problema folkloristico o come un elemento di creatività. Peccato che non esistano altrove, nel resto del mondo. Da noi invece c’è la filosofia per cui ogni bene pubblico deve essere vandalizzato, dai palazzi, ai monumenti, fino alle fermate degli autobus, senza dimenticare la metropolitana, dentro e fuori. Tutto questo viene distrutto da questi vandali, e noi insistiamo a dire che è assolutamente pericoloso, oltre che un elemento di degrado, anche perché si consente a queste persone di andare in giro con cariche di acido che potrebbero anche essere utilizzate come arma d’offesa. Si tratta di ragazzini di 15 e 16 anni. Noi ci siamo insediati al loro interno, abbiamo fatto finta di essere come loro. In poche parole ci siamo sostituiti alle Istituzioni o alla Polizia, che altrove invece queste cose le fanno. Non solo in Europa o nel resto del mondo, ma anche in altre città italiane. Anche loro, sappiamo, si sono coalizzati col preciso intento di far chiudere la nostra pagina. Poi, c’è il mondo dei movimenti antagonisti”.

Parliamone.
“Anche i movimenti vengono raccontati in maniera standard dai giornali e dalla stampa tradizionale, come composti di persone disagiate che occupano perché hanno bisogno di una casa. In parte è vero, ma in parte no. In parte, si tratta di persone che se ne approfittano, che poi rivendono quelle case nell’ambito di un vero e proprio racket. Abbiamo raccontato la realtà degli spazi culturali occupati, sia come luoghi dove sì, spesso si fanno attività interessanti, ma anche come luoghi completamente fuori dalle regole, ambienti di sopraffazione, dove vanno avanti solo gli ‘amici’. E che, oltretutto, fanno una terribile concorrenza sleale all’associazione culturale al di là della strada, che paga le bollette, non ha allacci abusivi, paga le tasse per le insegne e quelle alla SIAE. Credo questo modo di dire le cose sia dirompente. I centri sociali di destra o di sinistra, perché attacchiamo entrambi, sono dei format di aggregazione che non esistono più altrove, nel resto del mondo hanno smesso di esistere negli anni ’70, ne resta mezzo a Berlino e un altro mezzo a Parigi, ma solo per questioni turistiche. Noi abbiamo deciso di raccontarli in maniera dura e cruda, anche con confronti internazionali, come nessuno ha mai fatto, giusto per non metterseli contro”.

Prima lei parlava di cambio di mentalità. Roma Fa Schifo ha contribuito a questo cambiamento?
“Senza presunzione credo si tratti di un dispositivo che ha contribuito a far cambiare testa a migliaia di persone, decine di migliaia di persone, e questo è il motivo per cui Roma Fa Schifo dà fastidio: ora le persone si accorgono di quello che fino a qualche tempo fa non vedevano, e leggono gli eventi in maniera diversa, hanno elementi di dibattito in più, e poi traggono liberamente le loro conclusioni. È questo che si crede essere pericoloso. Noi non indottriniamo nessuno, non avremmo gli strumenti neppure se volessimo farlo, ma proponiamo una narrazione diversa delle cose, ed è questo il punto di forza”.

Quando nasce Roma Fa Schifo?
“Nel 2008”.

Sei anni, dunque, di denuncia. E in questi sei anni sono molte le associazioni che si sono adoperate per migliorare le cose, penso al movimento ReTake Roma.
“ReTake è uno degli elementi di cui parlavo prima, sintomo delle mentalità che cambiano e si evolvono e che analizzano i fatti da un’altra prospettiva. Noi da sempre denunciamo, ad esempio, la filiera criminale dei traslocatori abusivi (i ReTakers, nelle loro attività, staccano molti di questi adesivi, ndr). E questo perché vogliamo leggere i fenomeni quantomeno su due livelli. Tra l’altro, oggi, la gente viaggia molto di più: da dieci anni almeno siamo nel pieno della Ryan Air generation, e le persone immediatamente si rendono conto con i loro occhi di quello che diciamo, e quando a qualcuno offri degli spunti di riflessione, quel qualcuno lo conquisti immediatamente, perché quella persona non vivrà più senza fare dei confronti consapevoli. Prendiamo i traslocatori: il primo livello è quello del degrado. Il secondo livello è chiedersi cosa ci sia dietro. Non è che questo fenomeno succede qui perché le persone sono più ‘sporche’, ma perché dietro si nasconde un interesse economico spaventoso. Questi adesivi, che possono sembrare innocui, che la retorica poraccista, chiamiamola così, giustifica perché ‘devono lavorare pure loro’, in realtà celano una filiera criminale che fa economia del degrado, come la chiamiamo noi. Si tratta di persone che svuotano appartamenti in maniera abusiva, chiedono meno di un traslocatore regolare, al quale fanno concorrenza sleale, obbligandolo a chiudere se non ad abbassarsi al loro livello. Recuperando oggetti in maniera abusiva, non possono poi conferire queste cose in maniera regolare in una discarica, perché non si tratta di aziende, e non possono nemmeno presentarsi lì. Allora ecco che una parte dei rifiuti la gettano, ad esempio, nei parchi o nelle riserve naturali, dando vita a quelle minidiscariche abusive che conosciamo bene; l’altra parte dei rifiuti, invece, finisce dritta nei mercatini della spazzatura, che proliferano in giro per la città, anche al centro, coinvolgendo e strumentalizzando anche le popolazioni rom, ma che sono gestiti da una vera e propria criminalità organizzata. Dire questo, vuol dire essere qualcuno che combatte contro la mafia, non tradizionalmente intesa, ma come economia criminale organizzata, non episodica, che muove decine di milioni di euro, e che solo noi abbiamo sempre raccontato in questo modo. Roma Fa Schifo nasce puramente per denunciare e sensibilizzare, e il fatto che ci siano masse di persone, come i ReTakers, sensibilizzate, ci fa capire che il nostro obiettivo è stato raggiunto”.

I ReTakers sono stati di recente pubblicamente ringraziati anche dal sindaco Marino. Però è di quest’estate un episodio che ha visto coinvolto anche il PD che aveva minacciato di querelarvi.
“La querela non è arrivata. Noi in quell’occasione, si stava approvando il nuovo PRIP, abbiamo voluto adottare una precisa strategia di comunicazione, per non fare in modo che il PD cadesse nella trappola delle solite lobbies. Abbiamo definito il PD come Partito Delinquenti. La cosa, poi, è arrivata alla stampa. Dai contatti che ho avuto successivamente, so che si è mobilitato il Governo stesso, che ha sollecitato il PD ad approvare il PRIP. L’esponente del Partito che minacciava di querelarci, Fabrizio Panecaldo, è tra l’altro una persona con cui abbiamo avuto e continuiamo ad avere ottimi rapporti. In quella circostanza si era arrabbiato perché abbiamo voluto farlo arrabbiare. E alla fine abbiamo ottenuto il risultato sperato”.

A questo punto, avete mai pensato di creare, assieme a tutte le altre realtà che combattono attivamente a Roma, una rete, come dire, istituzionale che possa sedere ai tavoli del Comune di Roma? Penso proprio ai ReTakers, ma anche ai No Pup.
“Sui No Pup ci sarebbe bisogno di un’altra telefonata. Qui sembra vincere la logica per cui i parcheggi interrati sono un male e chi si oppone ad essi rappresenta il bene. Ma, al di là di questo, noi abbiamo messo in atto una precisa strategia di comunicazione, il nostro è uno stile giornalistico. Se dicessimo che la doppia fila è sbagliata e basta, non sortiremmo l’effetto voluto. Se invece evidenziamo tutti i rischi e i pericoli, succede che il romano medio che parcheggia in doppia fila si sente toccato. Noi peraltro, e qui arriviamo all’episodio di Pompi, abbiamo sempre detto che, ad esempio, la doppia fila non si combatte comminando sanzioni, ma con un nuovo arredo urbano. Da anni lo chiediamo, alla fine è arrivato in modo sperimentale in una via di Roma e ha funzionato a tal punto da portare al pettine nodi di quell’entità”.



*Foto dal titolo sul blog Roma Fa Schifo. Al momento si segnala che la 'vecchia' pagina su Facebook è tornata attiva, con tanto di scuse da parte del social network.


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