Artemis, Marte e mondi alieni: perché la conquista dello spazio è ancora lontana

Dalla spinta del Sapiens alla Luna e Marte: il sogno dei viaggi spaziali si scontra con limiti fisici, tecnologici e umani
Di Marcello Catalano
Satellite nello Spazio

“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi. Alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà. Per arrivare coraggiosamente là dove nessuno è mai giunto prima.”

Gli appassionati di Star Trek avranno riconosciuto questa frase che, nei decenni, da quando la serie ideata da Gene Roddenberry è stata messa in onda nel settembre del 1966, è di volta in volta leggermente cambiata, in seno alle diverse serie e ai film dedicati alla saga, nella forma ma mai nella sostanza.

Il viaggio del Sapiens e la spinta verso l’ignoto

Quell’irrefrenabile impulso proprio del Sapiens che fece sì che, 60.000 anni fa, un gruppo di nostri antenati lasciò l’Africa per esplorare il resto del mondo e popolarlo di esseri umani.

I paleoantropologi che studiano i nostri predecessori e come questi si sono evoluti ancora non sono in grado di fornire una spiegazione al perché di questa migrazione, la più efficace rispetto ad altre già tentate in precedenza.

A macchia d’olio i nostri antenati si sono riversati prima nel Medio Oriente, poi fino all’estremo nord d’Europa e dell’Asia ad est. Forse spinti da cambiamenti climatici o da carestie, non lo sappiamo. Ma sicuramente un ruolo fondamentale lo ha giocato un motore che da sempre fa muovere gli esseri umani: la curiosità.

Quando il Sapiens decide di partire alla scoperta di nuovi luoghi inesplorati, in realtà, è spinto anche da altri istinti poco nobili, tra cui l’avidità.

Dalle conquiste terrestri alla fine dei confini

Così, una volta colonizzato il pianeta ed aver espresso alcune civiltà di notevole spessore, ad un certo punto, a partire dall’Europa, di volta in volta ci siamo imbarcati ad ovest attraverso l’oceano Atlantico scoprendo casualmente un nuovo continente: le Americhe. Abbiamo sterminato le popolazioni indigene, depredato e ce ne siamo appropriati. Lo stesso abbiamo fatto a sud e, come locuste insaziabili e spietate, abbiamo colonizzato, soggiogato e razziato il continente nero.

Ad est non ci è andata così bene perché c’erano già altre civiltà, alcune più antiche della nostra, che ci hanno respinti. Malissimo è andata agli aborigeni australiani. Per quanto riguarda Polo Nord e Polo Sud c’era poco da depredare e uccidere.

Così, come canta Roberto Vecchioni in una propria canzone del 1978 dal titolo Stranamore:
“Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione

E quando fu di fronte al mare si sentì un coglione

Perché più in là non si poteva conquistare niente…” 

A quel punto si poteva solo provare ad esplorare verso il basso e verso l’alto.

Il 23 gennaio del 1960 Jacques Piccard e Don Walsh furono i primi, a bordo del batiscafo Trieste, a toccare il punto più profondo di tutti gli oceani della terra: la Fossa delle Marianne. Poco meno di 11mila metri sotto il livello del mare.

Il 20 luglio del 1969 l’uomo mette piede per la prima volta su di un altro corpo celeste: la Luna.

La conquista dello spazio

Ma là dove l’uomo non è ancora potuto arrivare fisicamente in prima persona, lo ha fatto attraverso mezzi meccanici. Le due sonde Voyager, 1 e 2, lanciate nello spazio nel 1977 hanno già superato i confini del nostro sistema stellare e viaggiano nell’oscurità dello spazio profondo. Abbiamo inviato satelliti e rover verso tutti i pianeti che orbitano attorno alla nostra stella ed alcuni sono atterrati su Venere e Marte.

Tuttavia è altamente improbabile che nei prossimi anni l’uomo possa sbarcare su altri corpi celesti a parte nuovamente sulla nostra luna.

Malgrado le dichiarazioni eclatanti e spettacolari di alcuni personaggi di fama mondiale, l’idea di colonizzare Marte o la più vicina Luna, non saranno certo eventi ai quali la nostra generazione potrà assistere. La missione Artemis ha portato quattro astronauti nel punto più lontano dalla nostra terra di quanto un uomo sia mai stato prima, orbitando attorno alla luna passandole dietro, dal lato nascosto, quello che il nostro satellite non ci mostra mai ma che, in base alla posizione della luna rispetto al sole, è illuminato tanto quanto il resto della superficie a noi visibile.

Così sfatiamo una volta per tutte anche la definizione di “lato oscuro della Luna”, che andò benissimo per intitolare il disco dei Pink Floyd ma che è errata dal punto di vista scientifico.

Si parla di un prossimo allunaggio, addirittura prima del 2030. Eppure non abbiamo ancora il modulo per far sbarcare gli astronauti. Non c’è. Semplicemente ancora non esiste. E ci vorranno anni per realizzarlo.

Proclami fantasiosi di una missione umana su Marte sono più fantascientifici della fantascienza stessa. E’ già talmente complicato far sbarcare nuovamente e in totale sicurezza un essere umano sul nostro satellite che dista mediamente appena 360.000 km dalla Terra, ossia la distanza che la luce impiega in poco più di un secondo, con un viaggio di 3 giorni, che il solo pensare di inviare un equipaggio umano su un pianeta distante 60 milioni di km è a dir poco folle e disonesto. 

Una missione umana verso Marte dovrebbe fare i conti con un viaggio di andata che durerebbe nella migliore delle ipotesi 6 mesi quando Marte e Terra sono più vicini (i pianeti si muovono e la distanza fra loro varia), un soggiorno sul pianeta di almeno un anno nell’attesa di una finestra di lancio ottimale per il ritorno a casa della durata di altri 6 mesi. Una missione con un arco di tempo complessivo variabile di almeno due anni. 

Gli astronauti durante la missione marziana dovrebbero riuscire a proteggersi dalle radiazioni cosmiche, dall’assenza di gravità e da tutta una serie di insidie mortali. Sul nostro pianeta, grazie al campo magnetico che lo avvolge, siamo protetti dai bombardamenti delle radiazioni cosmiche e solari ma nello spazio profondo l’unica cosa che potrebbe schermare un’astronave sarebbe uno scudo di acqua, di piombo (troppo pesanti da trasportare al di fuori della terra) o di materiali che al momento non abbiamo ancora inventato.

Pensate che per poter spingere la capsula Orion verso la  luna è stato necessario costruire un razzo mastodontico alto circa 100 metri per poterlo riempire con quasi 3 milioni di litri di carburante!  Il tutto per trasportare 4 astronauti all’interno di una capsula alta 3 metri e larga 5. Strappare dalla morsa della gravità terrestre un corpo al punto da liberarlo dall’attrazione comporta il raggiungimento di una velocità di circa 11 km al secondo.

Si chiama velocità di fuga e dipende dalla massa e dal raggio di un pianeta. Piu è alta la velocità di fuga, più carburante occorre al razzo per vincerla e tanto più grande deve essere il razzo. 10 tonnellate di capsula Orion a fronte di 2500 tonnellate di razzo e carburante. Ma più il razzo è grande maggiore sarà il proprio peso  e ci vorrà ancora altro carburante per spingerlo  e non se ne esce. 

Che poi questa corsa allo spazio è certamente, da un lato, merito nostro, del nostro ingegno. Ma siamo stati aiutati dalla sorte. Già perché se il nostro pianeta avesse avuto una massa ed un raggio maggiori, la velocità di fuga dalla terra sarebbe stata impossibile da raggiungere e saremmo restati imprigionati al suolo. C’è poi un’altra questione fondamentale alla quale non pensiamo mai: la nostra atmosfera è composta da poco meno dell’80% da azoto, 21% ossigeno, più altri gas minori.

La percentuale di ossigeno è stabile da circa 200 milioni di anni.  Al di sotto del 16% una fiamma non potrebbe bruciare e si spegnerebbe subito ma un uomo potrebbe respirare e sopravvivere. Se sul nostro pianeta non avessimo avuto un’atmosfera con ossigeno superiore al 16% non avremmo mai potuto accendere fuochi, scaldarci, cucinare il cibo, difenderci dalle belve feroci. Figuriamoci fondere metalli, e men che mai realizzare motori a combustione.

Gli scienziati più illustri e onesti definiscono una missione umana su Marte, un suicidio

Tornando ai viaggi spaziali e missioni verso altri mondi, dovremmo poi pensare a tutelare la salute degli astronauti, pensare a come farli respirare, nutrirli, abbeverarli. Senza entrare nei dettagli, gli scienziati più illustri ed onesti definiscono una missione umana su Marte un suicidio. Oltre al fatto che non abbiamo ancora la tecnologia per raggiungere il pianeta rosso.

Marte assieme alla terra è uno dei quattro pianeti definiti rocciosi del nostro sistema solare, ossia corpi celesti che hanno una superficie calpestabile, solida. Gli altri sono definiti pianeti gassosi sui quali tecnicamente non si potrebbe camminare. Forse un giorno l’uomo riuscirà a raggiungere Mercurio, Venere e Marte. Per fare cosa poi è tutto ancora da capire.

Sono pianeti infernali dove piove acido, le temperature raggiungono livelli talmente alti da fondere il piombo ed altre talmente basse che congelerebbero un essere vivente in pochi secondi. Senza contare una pressione che schiaccerebbe un tir in pochi istanti e un’aria irrespirabile.

Fino al 1995 non si conoscevano pianeti extrasolari e se ne ipotizzava l’esistenza. Poi piano piano, grazie ai nuovi radiotelescopi, abbiamo cominciato a mappare tutta una serie di corpi celesti orbitanti attorno ad altre stelle fino ad aver ad oggi un elenco di oltre ottomila esopianeti conosciuti. 

L’esopianeta più vicino alla Terra è Proxima B, un corpo celeste che orbita attorno alla propria stella, Proxima Centauri, ad appena (si fa per dire) 4,2 anni luce da noi. Questo significa che se la luce impiega appunto poco più di quattro anni per raggiungere da casa nostra questo esopianeta, con l’attuale tecnologia in nostro possesso l’uomo ci arriverebbe dopo un viaggio di 80.000 anni…

Tra esposizione a radiazioni cosmiche e microgravità, gli astronauti della missione Artemis, in soli 10 giorni, hanno subito dei danni fisici notevoli: la loro colonna vertebrale si è allungata di sei/sette centimetri, hanno riportato danni alla vista, sono stati esposti a una dose di radiazioni paragonabile a una TAC Total body. Hanno manifestato nausea, vertigini, sviluppato atrofia muscolare e disturbi del sonno.

Danni ancora reversibili ma causati da appena 10 giorni di viaggio nello spazio al di fuori della protezione offerta dal nostro pianeta. Immaginate un viaggio di tre anni nell’ambito di una missione marziana… Per non parlare del costo economico di una simile follia. Stiamo parlando di oltre duemila miliardi di dollari stimati. Visti i rischi e dati alla mano, sarebbe il funerale più costoso della storia del sapiens.

Viaggiare con la fantasia costa molto di meno e non comporta rischi.

Forse, per ora, faremmo meglio a realizzare altri film di fantascienza e a scrivere nuovi romanzi di avventura e restare buoni e cauti a casa nostra.

Anche perché là fuori, nell’oscurità dello spazio, forse non siamo soli…

“Se gli extraterrestri venissero a trovarci il risultato sarebbe simile a quel che accadde quando Colombo sbarcò in America. Non fu una cosa buona per i nativi”.

Stephen Hawking

 
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Cronaca

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