Adolescenti che soffrono, il monito dello psichiatra Carfì: “Non chiamiamoli malati, aiutiamoli a trovare un posto nel mondo”

Le riflessioni dello psichiatra Andrea Carfì su adolescenza, sport, ideazione suicidaria e cura: ascoltare i ragazzi prima di definirli malati
Di Alessandra Monti
Ragazzi adolescenti, pexels cottonbro
Ragazzi adolescenti, pexels cottonbro

Il disagio degli adolescenti non può essere affrontato soltanto con la lente della diagnosi. Lo ricorda con forza il Dott. Andrea Carfì, medico psichiatra, partendo da un’esperienza clinica e di ricerca maturata anche nel contesto universitario e ospedaliero di Losanna. Al centro della sua riflessione c’è una domanda che riguarda famiglie, scuola, sport, medicina e società: come possiamo aiutare davvero un ragazzo che soffre, senza ridurlo alla sua fragilità?

L’adolescenza non è una diagnosi: è una lingua da capire

Il mondo degli adolescenti chiede adulti capaci di ascoltare prima ancora di interpretare. Nelle parole del Dott. Carfì emerge un passaggio decisivo: la sofferenza giovanile non va trattata come un rumore da spegnere, ma come un linguaggio da comprendere. Anche quando appare disordinata, incomprensibile, dolorosa, la crisi può contenere una domanda precisa: essere riconosciuti.

È qui che la psichiatria incontra la responsabilità più delicata. Non basta dire a un ragazzo che sta male. Non basta ripetergli che è fragile, disturbato, malato, problematico. Se una cura comincia facendo sentire una persona prigioniera della propria diagnosi, rischia di mancare il suo primo compito: restituire dignità.

Carfì invita a guardare l’adolescente non come un caso clinico da incasellare, ma come una persona che porta con sé un funzionamento unico, una storia, un corpo, un desiderio, una paura, un talento forse ancora nascosto. La follia, nella sua riflessione, non è soltanto rottura. È anche confine mobile fra fantasia e realtà, fra ciò che il ragazzo non riesce ancora a dire e ciò che l’adulto deve imparare ad ascoltare.

Dal sintomo al talento: cambiare lo sguardo sulla cura

Uno dei passaggi più potenti delle riflessioni del Dott. Carfì è il cambio di prospettiva: passare da “cacciatori di diagnosi” a “scopritori di talenti”. È una formula forte perché sposta il centro della cura. Non si tratta di negare il dolore, né di minimizzare i rischi. Si tratta di impedire che il dolore diventi l’unica identità possibile.

Un adolescente che soffre non è solo il suo sintomo. Non è solo la sua ideazione suicidaria, il suo gesto autolesivo, il suo isolamento, il suo ritiro, la sua rabbia, la sua apatia. È anche ciò che potrebbe diventare se incontrasse qualcuno capace di accompagnarlo senza schiacciarlo sotto il peso di una definizione.

La cura, in questa prospettiva, diventa ricerca del proprio posto nel mondo. Non un adattamento forzato a un modello, ma un cammino personale. Ogni ragazzo deve poter trovare il proprio modo di stare nella vita, senza essere costretto a imitare personalità prestabilite. Servono esempi, non stampi. Servono adulti presenti, non adulti che pretendono di sapere tutto prima ancora di ascoltare.

Sport e salute mentale: non una moda, ma una possibilità concreta

Nel lavoro del Dott. Carfì lo sport occupa un ruolo importante, ma non viene mai trasformato in slogan. L’attività fisica viene letta come possibile supporto alla salute mentale, soprattutto quando è inserita in una strategia più ampia, personalizzata, attenta alla storia di ciascun adolescente.

La ricerca richiamata da Carfì nasce dal ruolo ormai riconosciuto dell’attività fisica nella prevenzione dei disturbi mentali e nella possibile riduzione del comportamento suicidario. Il punto più interessante riguarda l’ideazione suicidaria, cioè quel pensiero di morte che spesso precede il tentativo e che merita attenzione clinica prima che diventi gesto.

Nel suo studio, l’attività fisica moderatamente vigorosa risulta correlata a una diminuzione dell’ideazione suicidaria. La significatività statistica resta un tema da approfondire, anche perché si tratta di un’osservazione longitudinale e non di uno studio interventistico, ma la direzione indicata è rilevante: muovere il corpo può aiutare a riaprire uno spazio mentale, relazionale, esistenziale.

Non serve immaginare performance estreme. Anzi, uno dei messaggi più interessanti è che anche pochi minuti possono avere un ruolo. La costanza, più della quantità assoluta, sembra diventare un elemento prezioso. In alcuni profili osservati, 25-30 minuti al giorno di attività moderatamente vigorosa appaiono associati a un miglioramento. In altri, anche incrementi minimi sembrano offrire un sostegno rispetto al comportamento autolesivo.

Non tutti i ragazzi attivi stanno bene: il rischio della compulsione

Il merito della riflessione di Carfì è anche quello di evitare semplificazioni. Non basta dire: un ragazzo fa sport, dunque sta bene. Esistono adolescenti attivi e sofferenti, ragazzi per i quali l’attività fisica può diventare controllo, compulsione, fuga, risposta rigida a un’immagine corporea distorta o a un funzionamento psichico più complesso.

È un passaggio fondamentale, perché impedisce di trasformare lo sport in una medicina uguale per tutti. Il corpo parla, ma non sempre dice la stessa cosa. In alcuni casi il movimento libera; in altri può nascondere sofferenza. In alcuni adolescenti lo sport apre relazioni; in altri può diventare isolamento travestito da disciplina. In alcuni casi aumenta la fiducia; in altri alimenta una pressione interiore.

Per questo la personalizzazione clinica è decisiva. Il livello di attività fisica può offrire informazioni preziose sullo stato di salute mentale, ma deve essere interpretato dentro una relazione di cura. L’adolescente resta la fonte principale di conoscenza su sé stesso. Non un oggetto da misurare, ma un interlocutore da incontrare.

La domanda di senso dietro l’ideazione suicidaria

Il tema più delicato riguarda l’ideazione suicidaria. Carfì propone una lettura che obbliga a fermarsi: il mestiere della cura non può limitarsi a “togliere” il pensiero suicidario, come se fosse un elemento estraneo da eliminare meccanicamente. Il compito più profondo è rispondere alla domanda di senso che quel pensiero porta con sé.

Un adolescente che immagina di non voler più vivere non sta solo comunicando un sintomo. Sta dicendo che la vita, in quel momento, non gli appare abitabile. Sta chiedendo, spesso senza parole adeguate, se esista un posto in cui poter essere sé stesso senza sentirsi sbagliato. Sta cercando qualcuno che lo aiuti a ritrovare una forma possibile di presenza nel mondo.

È qui che la cura incontra l’umiltà. Nessun adulto salva da solo. Nessun medico, genitore, insegnante, allenatore può pretendere di possedere la soluzione. Ma ciascuno può diventare una presenza che tiene aperta una possibilità. A volte basta che un ragazzo senta che qualcuno, anche da lontano, non ha smesso di credergli, di cercarlo, di considerarlo degno di futuro.

Famiglie, medici e società: il dovere di non lasciare soli i ragazzi

Le riflessioni del Dott. Carfì parlano anche alle famiglie. Non per colpevolizzarle, ma per ricordare che l’adolescenza non può essere lasciata sola davanti alla propria fatica. Il disagio giovanile non riguarda soltanto il singolo ragazzo. Interroga le case, le scuole, i servizi, le società sportive, i luoghi educativi, le città.

Riunire le famiglie, permettere ai ragazzi di realizzare i propri sogni, accompagnarli senza sostituirsi a loro: sono obiettivi che richiedono pazienza e una cultura diversa della cura. Una cultura capace di dire sì alla vita anche passando attraverso molti no. No alla riduzione della persona al disturbo. No all’indifferenza. No alla vergogna. No alla solitudine travestita da autonomia assoluta.

Il punto non è trasformare ogni adolescente in un atleta, né cercare nello sport una risposta universale. Il punto è riconoscere che il corpo, la relazione, il movimento, il gruppo, l’obiettivo condiviso e la disciplina possono diventare strumenti di ricostruzione. Possono aiutare un ragazzo a sentirsi di nuovo presente, capace, visto.

La cura come possibilità di tornare alla vita

La forza delle parole di Andrea Carfì sta nella loro direzione umana. La psichiatria non viene raccontata come catalogo di etichette, ma come pratica di incontro. L’adolescente non viene osservato dall’alto, ma raggiunto nel punto in cui si trova. Anche quando quel punto è confuso, doloroso, faticoso.

Curare significa aiutare un ragazzo a scoprire che, nonostante le debolezze, può vivere all’altezza dei propri sogni. Significa rendere la realtà più accettabile della fantasia, non con imposizioni, ma con esperienze concrete di riconoscimento. Significa far sentire che esiste un posto possibile, e che quel posto non coincide con la malattia.

 
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Cronaca

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